Julieta: il film di Pedro Almodovar in concorso al Festival di Cannes 2016

 

Nei racconti di Alice Munro che ha scelto come base per costruire Julieta,Pedro Almodóvar ha trovato praticamente tutte le sue principali ossessioni: amori, legami femminili e familiari, madri, malattie, uomini quasi assenti e che, se ci sono, sono fedeli solo ai loro istinti carnali.
In questo, e nei suoi colori saturi e nitidi, nei suoi arredi, e nei suoi abiti, Julieta è pura sostanza almodovariana, quella sostanza che drappeggia il melodramma immancabile e fondamentale.

Raccontato attraverso lunghi flashback della protagonista, che dai giorni nostri torna indietro fino a quegli anni Ottanta che l’avevano vista rimanere incinta, e diventare madre e moglie, questo nuovo film del registra madrileno è tutto basato sul dolore di una donna che non si rassegna ad aver perso una figlia sparita di casa da 13 anni e mai più fattasi viva. E, ancora più in profondità, si regge su un’ossatura ancora una volta squisitamente alla Almodóvar, dove questa volta si affrontano gli abissi della colpa: la colpa provata dalla protagonista e legata alla morte di due uomini, e, indirettamente, anche alla fuga della figlia.

Sotto però questa anatomia narrativa, oltre i piani di lettura (tutti comunque abbastanza espliciti) sotto il consueto abito fatto di tinte sgargianti e morbidi movimenti di macchina accompagnati dalle musiche di Alberto Iglesias, a Julietasembra mancare un po’ di sangue, e forse anche le lacrime.
Almodóvar ha talmente subimato e standardizzato il suo stile da sembrare oramai un regista che provece col pilota automatico, che lo ha talmente stilizzato e codificato da scivolare a tratti nella messa in scena da telenovela, sebbene di confezione extralusso.

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