Les filles du soleil: le donne coraggiose dell’Iraq

Per recensire un film, questa volta, bisogna partire dalla trama. Stiamo parlando di ‘Le filles du soleil’, presentato al Festival del Cinema di Cannes. Si svolge nel 2014, per precisione, il 3 agosto, giornata infausta per la zona nord dell’Iraq. Qui, infatti, sulle montagne Sinjar, l’Isis invade all’improvviso il territorio di Yazidi per conquistare una zona strategicamente fondamentale, tra Iraq e Siria.

L’attacco provoca il panico tra i 300 mila abitanti, gran parte degli uomini vengono massacrati, le donne rapite, così come le bambine. Diventano schiave, vengono violentate a ripetizione. I bambini vengono addestrati nelle scuole jihadiste per imparare a uccidere, fin da quando hanno 3 anni. Passano due anni in queste condizioni gli abitanti di Yazidi senza che nessuno intervenga. Finché proprio le donne organizzano la resistenza, alleandosi con le forze militari siriane. Le donne imparano a usare le armi, a ideare strategie. Sono Le figlie del Sole, appunto. Che non hanno nulla da perdere e decidono di combattere.

Di questo parla la pellicola di Eva Husson. Delle storie dentro la Storia. Hanno un’arma le coraggiose combattenti, più forte di fucili e coltelli. E’ il controllo psicologico sulle truppe del Califfato, convinte che essere uccise per mano di una donna significhi perdere per sempre il Paradiso, che sono convinti invece di meritare. All’interno dell’esercito femminile, c’è una giornalista francese, Emmanuelle Bercot, venuta per documentare gli stati d’animo, ma anche gli episodi di cronaca. Diventerà amica per la pelle con la leader Bahar, Golshifteh Farahani.

Les filles du soleil a volte dà la sensazione di non seguire un filo logico, saltando dal presente al passato. Ma è necessario per raccontare il vissuto delle guerriere, ognuno diverso. Bahar, per esempio, ha perso quasi tutto, ma il suo obiettivo è arrivare alla scuola jihadista per ritrovare il figlio, rapito dai soldati dell’Isis. Mathilde sta sempre un passo indietro alle combattenti, ma nel suo passato c’è un dolore talmente grande che la porta a rischiare, ma senza mettersi mai davvero in gioco.

La regista usa una narrazione patinata, il pathos arriva con l’immagine e con lo sguardo al ralenti di Farahani. Ci sono alcuni particolari bizzarri, come la presenza di un telefono cellulare dopo anni di prigionia. Le storie vengono raccontate, ma mai fatte vivere visceralmente. Bercot finisce per narrare, come si trattasse di una favola. Insomma, a volte, pare di guardare personaggi troppo lontani da una realtà che, invece, andrebbe raccontata per quella che è stata, in modo da non banalizzare le gesta delle eroine.

Pure il finale è fin troppo da romanzo. E invece le brutali vicende accadute andavano raccontate con un realismo più accurato. Perché attuali. In Italia, sarà Bim a distribuire il film. Tra gli altri interpreti, troviamo Zübeyde Bulut, Sinama Alievi, Roza Mirzoiani, Zinaida Gasoiani, Maia Shamoevi, Nia Mirianashvili.

Fotografia e recitazione sono sicuramente quelle venute meglio; regia e sonoro sono discrete, ma sceneggiatura ed emozione scarseggiano decisamente.

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