PERCHÉ DI CAPRIO È IL NUOVO PAUL NEWMAN

Neanche quest’anno Leonardo Di Caprio ha vinto l’Oscar.

La statuetta è andato all’ex belloccio di Hollywood  Matthew McConaughey, folgorato sulla via del Dallas Buyers Club e rinato come nuovo talento del cinema indipendente.

Se quest’ultimo ha compiuto lo stesso percorso di Mikey Rourke: bello e criticato prima, trasformato e premiato dall’Academy poi, un filo rosso lega Di Caprio a un mostro sacro di Hollywood: Paul Newman.

 

 

Entrambi biondi, dotati di un irresistibile fascino algido e collezionisti di tante nomination quante delusioni.

Le analogie non finiscono qui.

Popolarità

Entrambi hanno recitato in film di grande successo commerciale. La gatta sul tetto che scotta, Butch Cassidy,  La stangata e Nick mano fredda per Paul;  Romeo + Giulietta, La maschera di ferro, The Aviator, Inception e Django Unchained per Leo, oltre al re dei campioni d’incassi Titanic.

La popolarità è un peccato originale che non viene perdonato. Regola non scritta dell’Academy applicata ad altri illustri colleghi: Cary Grant e Robert Redford ieri, Tom Cruise e Brad Pitt oggi. Qualche Oscar alla fine arriva, ma dopo essere passati sotto le forche caudine dei film d’autore/indipendenti o della vecchiaia.

Essere l’idolo delle folle è un etichetta che i press agent amano e i colleghi invidiano. E alcuni di quest’ultimi votano nella giuria dei 6000 dell’academy.

Anche nell’Olimpo alberga la gelosia.

 

Questione di feeling 

Sia Newman che Di Caprio hanno costruito nel corso della loro carriera un aura di irraggiungibilità.

Vita ritirata, passioni solitarie (le corse per Paul e le opere d’arte per Leo), pochi amici tra i colleghi.

Per non parlare delle mancate ospitate televisive dai vari Letterman e Saturday Night Live di turno, che se ai tempi di Newman erano una godibile eventualità , oggi sarebbero per Di Caprio necessari per togliersi la patina di primo della classe.

Essere accessibile al grande pubblico, mostrare le proprie debolezze e prendersi in giro, è un meccanismo che facilità la vittoria dell’Oscar. Dare una statuetta a chi la fama ha portato così in alto senza mai scendere per ringraziare, è un favore che in pochi sono disposti a concedere.

Anche scorrendo la filmografia di Newman e Di Caprio si contano sulle dita di una mano le commedie romantiche o film comici.

Per Paul solo lo spumeggiante Missili in giardino  e l’inconsistente Il mio amore con Samantha, sconosciuti in Italia, dove fa coppia in entrambi i casi con Joanne Woodward, sua futura moglie.

Invece non c’è traccia di commedia o ruoli frivoli per Leo, ad eccezione della star cocainomane in Celebrity (dal 1:17) di Woody Allen.  Anche se in quel caso si tratta di un’interpretazione più caustica che caricaturale.

La commedia è il genere di pellicola per antonomasia dove un attore può consolidare le condizioni per una futura vittoria.

Gli Oscar sono prima di tutto uno show, la statuetta si vince con la grande interpretazione, spesso però determinata dalla storia personale e dalle sensazioni che l’attore ha costruito nel tempo con gli spettatori , film dopo film.

Matthew McCounaghey ha vinto perché nell’immaginario collettivo è il brutto anatroccolo diventato cigno, Di Caprio e Newman già lo erano senza mai sporcarsi le ali.

 

 

A dirla tutta Paul Newman alla fine due Oscar li ha vinti.

Il primo alla carriera nel 1986, a 61 anni. Insolito per un attore vincere un tale riconoscimento così presto (Chaplin primo vincitore della categoria a 40 anni è un altra storia ed epoca)

L’Academy voleva rimediare alle tante cerimonie e nomination che avevano sempre lasciato a bocca asciutta il divo Newman.

Generosità rinnovata l’anno seguente per “Il colore dei soldi”, dove Paul aveva rimesso i panni di Eddie Felson, il personaggio che lo aveva lanciato nell’Olimpo hollywoodiano con Lo spaccone.

Quindi si profila un Oscar  nella carriera di Leo?  Sicuro non avrà voglia di aspettare altri vent’anni prima di fare il suo primo acceptance speech.

 

Andrea Fioravanti

 

 

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