Un americano a Roma: “Maccarone, m’hai provocato…”

La settimana inizia in salita?

Non vedi l’ora che arrivi Natale?

Rilassati scoprendo con OggiBlog.it le migliori scene cult della storia del cinema!

 

La sequenza di oggi è tratta dal film “Un americano a Roma” di Steno, considerato una pietra miliare del nostro cinema.

Ne analizzeremo la scena più famosa: il “dialogo” tra Nando Mericoni (interpretato da Alberto Sordi) e il piatto di maccheroni, colpevole di averlo provocato.

 

 

 

Un americano a Roma – (94 min) – Commedia

(1954) di Steno con Alberto Sordi, Giulio Calì, Maria Pia Casilio, Carlo Delle Piane.

Nando Mericoni è un giovane romano, ossessionato dall’America e dai suoi miti. Guida la moto come Marlon Brando ne Il selvaggio, cammina alla John Wayne e parla un inglese “awanagana” cercando di ballare il tip tap come Fred Astaire.

Una malattia non gli ha permesso di realizzare il suo sogno: trasferirsi negli States.  Frustrato dalla realtà che lo circonda, cerca di modificarla, vivendo ogni momento della giornata come se fosse un film hollywoodiano.

Dopo essere andato al cinema, Nando rincasa sul tardi. Ad aspettarlo ci sono i maccheroni, un “piatto da carrettieri” preparato dalla mamma, come da tradizione italiana.

Lo mangerà?

http://www.youtube.com/watch?v=-VJuseFtsxk

 

Sordi entra imitando i personaggi di Hopalong Cassidy, il western visto prima al cinema, ed è pronto per cenare.

Nando non è un volgare italiano, per essere un vero americano, deve mangiare come loro.

Predispone la tavola autoconvincendosi della scelta presa, sfoderando luoghi comuni sugli americani onesti, coraggiosi e sopratutto sobri. Almeno così sono quelli che lui vede al cinema.

Si prepara un miscuglio letale: pane, marmellata, mostarda con sopra un po’ di latte.

Sordi non fa altro che aumentare il climax comico della scena, lo spettatore vuole vedere fino a che punto è disposto ad andare prima di mangiarsi i maccheroni.

Dopo aver masticato il disgustoso intruglio, guardando l’allettante piatto alla sua sinistra, con un grande uso dei tempi comici, Nando sputa quanto mangiato.

“Ammazza che zozzeria” dà l’inizio al trucco più famoso della comicità di Alberto Sordi. Ripresa successivamente da altri attori come Cristian De Sica e da alcuni conduttori televisivi, Bonolis su tutti.

 

L’espediente comico consiste nel portare avanti una condotta diversa dalla propria natura il più a lungo possibile, salvo poi nel momento di maggiore stress tra l’idealità dell’atteggiamento e l’evidenza della realtà, sfociare in una frase che esprima al massimo la natura celata fino a quel momento.

Lirica prima, prosa poi.

Il pane con marmellata, latte, yogurt e mostarda fa veramene schifo e il protagonista non può più fingere che non sia così. Esce fuori il vero Nando, con un tono grave, nel modo più romanesco possibile.

Nando dopo questo sfogo indossa nuovamente la maschera, ma con un velo di sarcasmo.

Il suo “gli americani”, sospeso per qualche secondo, fa capire molto allo spettatore. Una presa in giro, sotto testo: gli americani saranno pure i padroni del mondo, ma come mangiano male!

Per giustificare il consumo di un piatto così italiano, Nando pronuncia una frase passata alla storia: “maccarone m’hai provocato e io ti distruggo. Io me te magno.”

 

 

 

E dopo averne addentato una corposa forchettata, Sordi stende lo spettatore con tre rapide battute, ancora una volta seguendo lo stesso sistema.

Con il tono che chiameremo del “vero Nando” smista i tre cibi lodati prima. Prendendo il latte: “Questo lo damo al gatto”, lo yogurt “questo lo damo al sorcio” , e la tanto citata mostarda “con questo ci ammazziamo le “cimice”. Climax discendente: il cibo “americano” va sempre a un animale più infimo: gatto, topo, cimice.

Nando si rimette per l’ultima volta il travestimento che manterrà nelle scene successive, prende il fiasco di vino dicendo: “io bevo il latte.”  Un’evidente negazione della realtà suggellata da: “So americano, verme io me te magno.”

 

 

Questa sequenza non presenta una regia particolare. Steno si limita a fissare la macchina da presa con due lente carrellate in avanti per inquadrare al meglio Nando, mentre è seduto a tavola. Tutto la comicità della scena è lasciata all’interpretazione di Sordi. Eccetto l’inserimento di due inquadrature del padre che si gira e rigira nel letto, esasperato da un figlio perditempo che per giunta non lo fa dormire.

Un espediente utilizzato anche da Camillo Mastrocinque nella scena della lettera di Totò e Peppino in “Totò, Peppino e la malafemmena“. Un modo per alleggerire la scena.

Sordi confeziona una sequenza cult grazie alla sua capacità di esprimere un carattere tutto italiano: la superficiale esterofilia e l’autolesionismo nazionale, unite a un cinismo che ha fatto scuola.

Più che un americano a Roma, un mito nel cinema.

 

 

Andrea Fioravanti

 

 

 

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