Forrest Gump: “Corri Forrest, corri!”

Anno nuovo, lavoro arretrato?

Dopo le festività OggiBlog.it vi propone, come sempre, una scena cult della storia del cinema.

Oggi parleremo di una delle sequenze più citate dagli spettatori di tutto il mondo.

 

 

Tratta da “Forrest Gump” di Robert Zemeckis

Forrest Gump (142 min) – Commedia drammatica

(1994) di Robert Zemeckis con Sally Field, Tom Hanks, Gary Sinise, Robin Wright

Forrest Gump, nato e cresciuto in Alabama, è meno intelligente degli altri bambini. Grazie o a causa di questo handicap compie piccole grandi imprese. Con la sua onesta generosità vive da vicino i più importanti avvenimenti della storia statunitense. Dalla fine degli anni Quaranta, all’inizio degli anni Ottanta del novecento.

Forrest non ha solo un quoziente intellettivo inferiore alla media, ma anche un problema alla schiena. Per questo è costretto dalla madre a indossare un apparecchio alle gambe, risultando un vero “sfigato” agli occhi degli coetanei.

Riesce a fare amicizia solo con Jenny, una ragazzina con problemi familiari ma ben integrata nella società. Ogni giorno i due tornano insieme a piedi dalla scuola.

Un pomeriggio alcuni bulletti di campagna inseguono in bicicletta Forrest per picchiarlo. Non ha via di scampo, a causa della ferraglia che lo rallenta. Rischia di essere travolto e picchiato.

Gli rimane solo una possibilità: correre.

La sequenza inizia con Forrest seduto su un panchina, mentre aspetta l’autobus. Il protagonista inganna l’attesa attaccando bottone con chiunque gli sieda accanto. Questo escamotage narrativo permette a Robert Zemeckis  (regista della trilogia di “Ritorno al futuro”) di mostrare le avventure del protagonista, senza rendere il film un collage di episodi sciolti l’uno dall’altro. In questa sequenza cult una giovane infermiera ascolta, senza attenzione, i ricordi del protagonista, introdotto spesso nel film dalla frase: “mamma diceva sempre”.

Jenny e Forrest bambino vengono ripresi di spalle, mentre quest’ultimo viene colpito sulla nuca da un sasso. Dopo aver staccato sui tre autori del misfatto, il regista ritorna sulla stessa inquadratura di prima. Forrest si gira e prende un’altra sassata. Lo scopo è quello di mostrare il carattere inconsapevole e remissivo del protagonista, incapace nemmeno di scansarsi.

La forza di gravità fa cadere Forrest. Zemeckis mette a terra la macchina da presa  inquadrando sia i tre bulletti che le gambe del protagonista. Vuole mostrare l’handicap del nostro giovane eroe e far capire la disparità tra inseguito e inseguitori.

Il regista carica d’enfasi la lotta impari. Lo fa tenendo fissa la mdp. Prima riprende la forza dirompente dei ragazzi, intenti a cavalcare le loro biciclette e a lanciarsi verso la “preda”. Poi senza staccare lascia che Jenny si avvicini alla mdp e dica: “Corri, Forrest corri”.  Questa frase è rimasta nell’immaginario collettivo. Ripetuta da tutti gli spettatori almeno una volta nella vita. Usata spesso per incitare gli amici.  Durante una partita di calcio o football, per esortare a trasmettere a voce un messaggio etc.

La sequenza successiva gioca tutto intorno a un concetto:  Come si salverà il protagonista?

Il regista alterna l’incedere lento di Forrest con la velocità dei bulli in bici. Avvicinando sempre di più la mdp al protagonista.

Ora è il momento di emozionare lo spettatore. Il regista riprende la scena al rallentatore inserendo come sottofondo la musica composta da Alan Silvestri. Il pubblico vuole che Forrest si liberi di quell’ingranaggio e cominci a correre. Quindi a salvarsi. Per aumentare il climax della scena si sente l’eco di “corri Forrest, corri” pronunciato prima da Jenny.

Interessanti due dettagli speculari tra loro: l’inquadratura delle gambe “ferrose” di Forrest con dietro i ragazzi e il dettaglio della ruota di una delle biciclette con l’inseguito in lontananza.

A poco a poco il protagonista inizia a liberarsi del ferrame. Quando le sue gambe si liberano completamente la musica aumenta di intensità. Saggiamente viene inquadrato il viso del protagonista, sorpreso, ma concentrato nel correre.

Un’immagine simbolica subito dopo. Le biciclette dei bulletti passano sopra i rottami della ferraglia di Forrest, che ormai rappresenta il passato del protagonista.

Cosa può conferire ancora più lirismo alla scena?

Prima con una carrellata, sempre al rallentatore, il regista riprende la corsa di Forrest bambino commentata da Forrest adulto. Il momento successivo alla frase: “lo so che non mi crede se glielo dico, ma io corro come il vento che soffia” emoziona per almeno tre motivi.

L’espressione convinta di Tom Hanks (vincitore dell’Oscar e Golden Globe per l’interpretazione), con gli occhi semichiusi e il volto leggermente reclinato all’indietro, rivolto verso l’infermiera, mostra allo spettatore quanto Forrest creda in quello che sta dicendo.

Non basta. L’inquadratura successiva riprende l’infermiera, intenta a leggere la rivista e ad annuire. Non le importa nulla di quanto sta dicendo quello sconosciuto, che ai suoi occhi appare strano e forse un po’ pesante. Ma interessa allo spettatore, che ha visto con i propri occhi il miracolo raccontato da Forrest. Il protagonista ha rivelato un momento molto importante della sua vita. Ma che si perde nel dialogo di tutti i giorni, come una perla nel fango dell’indifferenza.

Il terzo motivo, sempre a livello recitativo, è legato  all’inquadratura successiva. Sempre Forrest adulto, incurante di quello che pensa l’infermiera, dice: “e da quel giorno, se andavo da qualche parte ci andavo correndo”.

Forrest ha raccontato la storia per se stesso. Come ogni persona dà un senso alle esperienze passate, scegliendo le migliori e dimenticando le altre.

L’immedesimazione dello spettatore è completa.

 

La sequenza si chiude nel migliore dei modi. I bulletti in bici si fermano perché non riescono più a prendere il protagonista. E la macchina da presa, senza stacchi, segue la corsa di Forrest. Il regista allarga l’inquadratura, mostrando il campo sempre più grande, percorso dal giovane eroe che ha scoperto il suo dono.

Forrest Gump è un film sul sogno americano, realizzato da un uomo medio che non pensa, ma sente.

Tutto il pessimismo espresso dai benpensanti che lo circondano, si infrange contro il suo ottimismo della volontà. Come il calabrone: non sa di non poter volare, ma continua a farlo.

 

Andrea Fioravanti

 

 

 

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