‘The Danish Girl’: il cambio di sesso è un film di testa

 

Dal romanzo ‘La danese’ di Einar Wegener/Lili Elbe del 1931, nel 2015 è stata tratta la pellicola ‘The Danish Girl’. Alla regia Tom Hooper. Si parla della ragazza che, per prima al mondo, si sottoposa a un’operazione per cambiare sesso.

La pellicola, trasmessa in questi giorni in streaming su Infinity, ha ottenuto quattro candidature all’Oscar e ne ha vinto uno. Al film anche una candidatura al David di Donatello, tre ai Golden Globes e 5 al Bafta. In Italia, nei box office, in un mese soltanto ‘The Danish Girl’ ha ottenuto 3,7 milioni di euro, con record di 939 mila euro nel primo fine settimana di programmazione.

Ma partiamo dal principio, dove tutto è iniziato. Dunque dal libro. Einar Wegener, nei primi del ’900, era un pittore paesaggista danese. La prima parte della sua vita è stata più tradizionale, con una moglie a Copenhagen. La seconda, invece, lo ha visto a Parigi con il nome di Lili Elbe. Qui ha tentato la prima operazione chirurgica per diventare donna, cambiando dunque sesso. Ma quando inizia lo sdoppiamento d’identità? Dopo un gioco erotico con la moglie, in cui Einar è vestito da donna. Diventano una droga per lui l’abbigliamento femminile e gli atteggiamenti da donna. Si sente tale, imprigionato nel corpo di un uomo. Lili prende il sopravvento su Einar. Aiutato pure dalla moglie, verso cui ha sempre meno attrazione. Siamo in un periodo in cui questo sdoppiamento di natura non può che essere visto come pazzia. Einar rischia di venire internato o dichiarato schizofrenico e decide di rifugiarsi nella chirurgia sperimentale. Sa che quello a cui si sottoporrà è un rischio, mai vissuto da nessun essere umano.

Hooper, adattando il romanzo per il grande schermo, sceglie l’incorporeità. Si concentra sullo spirito intrappolato nel corpo, trascura la gabbia fisica. Racconta la lenta presa di coscienza del maschio che vuole diventare femmina. Tante le inquadrature dedicate agli occhi e al volto di Eddie Redmayne più che al corpo. Einar impara a muoversi da donna guardando le altre, ma questa è solo la prima parte del film. Quando lo spirito non ce la fa più a rimanere nella gabbia, corpo e carne scompaiono. Più sono i protagonisti della mutazione, più scompaiono dalla scena. Il volto sì, è inquadrato sempre di più, i tratti che si addolciscono, le espressioni meno severe.

Se Eddie Redmayne è naturalmente il protagonista de ‘La ragazza danese’, non da meno è Alicia Vikander. Non è lei a dover reggere le sorti del film, ma alla fine determina tutte le scene. Non è sempre inquadrata, ma è il motore emotivo dell’opera di Hooper. Il regista ha fatto il possibile per creare qualcosa che possa piacere e che possa disturbare poco chi guarda. Ecco allora l’ampio spazio agli interni e agli sfondi, meravigliosi entrambi. Sfuma i baci omosessuali, compie ellissi sul sesso, cerca il modo più garbato per mostrare i corpi, specialmente se senza vestiti. Un pudore a volte fuori luogo visto l’argomento. Riesce però in una cosa, unica, il regista: trasforma un libro sui cambiamento fisici in un film di testa. La trasposizione può apparire fin troppo pudica, a tratti più disturbante della storia di per sé, ma questo era lo scopo di Hooper. Indagare sulla mente, lasciando il corpo da parte. Del resto, per Einar era solo il ‘vestito’. L’importante è cosa c’era sotto.

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